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La situazione dei giovani tunisini a Bologna ad oggi (maggio 2013)

A distanza di diversi mesi dall’ultimo articolo in merito, abbiam deciso di focalizzare la nostra attenzione sulla situazione dei giovani tunisini a Bologna e su come – in generale – sia stata gestita la loro situazione in termini di (non) politiche di integrazione, permessi di soggiorno, etc.

Un primo importante dato da evidenziare (sebbene non riguardi esclusivamente le persone provenienti dalla Tunisia) è l’incremento di rimpatri forzati registrati nell’anno 2011, ossia l’anno in cui vi è stata la cosiddetta ‘emergenza Nord-Africa’ (ossia un numero significativamente maggiore di richiedenti asilo e profughi diretti in Italia/Europa): il numero è altissimo e si aggira intorno ai 16.000 rimpatri forzati. Da considerare inoltre, oltre a questi, i rimpatri assistiti, i quali sono una sorta di guida al ‘ritorno’ nei paesi d’origine accompagnata da una serie di misure di assistenza: attività preparatoria (soprattutto improntata a livello psicologico affinché i beneficiari di questo tipo di rimpatrio non vivano l’esperienza conclusasi in Italia come una sconfitta), copertura delle spese del viaggio, indennità economica e reinserimento in società.

Nonostante l’evidente diversità, stupisce come in realtà i rimpatri forzati siano non solo più numerosi ma anche più dispendiosi per lo Stato Italiano rispetto ai rimpatri assistiti (i primi vengono a costare circa 10.000euro, i secondi pressappoco la metà). Perché? In fondo, essendo forzati, questo tipo di rimpatri non prevede le misure assistenziali. La risposta risiede nel fatto che per i rimpatri forzati è necessario provvedere alla copertura del viaggio, alla permanenza dei soggetti nei C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione, dirette conseguenze dell’eticamente discutibile legge Bossi-Fini) ed al pagamento dei poliziotti che accompagnano tali persone alla frontiera.

Facendo un rapido calcolo sono stati spesi per i rimpatri forzati ben 160.000.000 di euro solo nel 2011: risulta molto difficile pensare che tali soldi non potessero essere spesi meglio, magari ‘giocando d’anticipo’ e proponendo politiche di integrazione meglio strutturate e più valide.

Tornando a concentrarci sui giovani tunisini nel nostro territorio, si evidenzia a livello comunale la medesima incapacità/non volontà nel garantire una politica di integrazione sociale seria e funzionale, capace di intuire che la marginalizzazione vissuta dagli immigrati è nociva per la nostra città! avevamo già denunciato un grave errore politico nel fatto che non sia stata concessa loro la possibilità di richiedere asilo politico o la protezione sussidiaria (nonostante esistessero teoricamente le condizioni perché potessero fare tale richiesta) e come limitato sia il loro diritto all’assistenza sanitaria, pari a quello degli stranieri irregolari (mancanza di un medico di base di riferimento e possibilità di usufruire unicamente dei servizi di pronto soccorso e di ambulatori specificamente rivolti ai disagiati sociali).

L’assenza di percorsi di integrazione ha agevolato il loro avvicinamento alla criminalità o comunque ha fatto sì che prevalesse in loro la volontà di scomparire e scappare piuttosto che quella di mescolarsi e mettersi in gioco. I numeri riprovano quanto appena detto: al 15 Gennaio 2012 si registrano 62 tunisini sul territorio provinciale di Bologna; a fine anno – dicembre 2012 – se ne registrano solo 39: come si spiega ciò se non con una inadeguata politica di informazione, integrazione ed orientamento al lavoro?

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 Febbraio 2013 concede ai cittadini stranieri dei Paesi del Nord-Africa arrivati in terra italiana nel periodo compreso tra l’1 Gennaio 2011 al 5 Aprile 2011, beneficiari del Permesso di Soggiorno per motivi umanitari (ergo anche i Tunisini) di presentare entro il 31 Marzo 2013 domanda di Rimpatrio Assistito al proprio Paese o la conversione del loro titolo di soggiorno in Permesso di Lavoro (la durata di questo è un anno, a cui potrà seguire il Permesso di Attesa Occupazione, anch’esso della durata di un anno e non più rinnovabile).

La domanda che ci poniamo è: se fino ad ora questi ragazzi sono stati molto (troppo) lasciati a se stessi, in che modo potrà migliorare la situazione? Di che finanziamenti potranno usufruire?

La sensazione è che presto aumenteranno il numero dei ragazzi tunisini non registrabile, scomparsi, non pervenuti, mai accettati. E questo è un bene per Bologna? A noi interessa!


La scuola. Un referedum a Bologna

Un urlo attraversa Bologna in questo periodo; ed è un urlo ben più profondo delle grida di chi vuole riformare il PD: è il “33” urlato per controllare la sanità della scuola pubblica bolognese. Dopo l’approvazione di un milione di finanziamento alle scuole private paritarie di Bologna, questo comitato di cittadini ha raccolto le firme necessarie per l’indizione di un Referendum consultivo che si terrà il 26 maggio. La cittadinanza è tenuta a dare un voto di indirizzo per l’amministrazione su cosa sia meglio per garantire il diritto all’istruzione dei bambini e delle bambine: continuare a erogare un milione di euro annui alle scuole paritarie private, come avviene ora, oppure utilizzare quelle risorse per le scuole comunali e statali.
Questo il quesito:

Quale, fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali, che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole di infanzia paritaria a gestione privata, ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?
A) utilizzarle per le scuole comunali e statali
B) utilizzarle per le scuole paritarie private

Il problema, di fatto, è complesso, le discussioni, le tavole rotonde, le sfide e gli incontri non sono mancati e non mancano. Vi sono tre livelli, un primo economico, un secondo Costituzionale, un terzo di principio. Vorremmo analizzarli tutti e tre, ma prima occorre dire qualcosa sul ruolo della politica e sulla crisi del Partito Democratico.

Lo stesso Partito Democratico, infatti, ha reagito “male” al referendum, come se fosse un attacco ad una giunta intoccabile. Il sindaco l’ha ripetuto varie volte: “Il sindaco Virginio Merola definisce «un delirio» spendere 500mila euro per una consultazione” (La Repubblica, 13/03/2013); “Chi vuole va a votare, ma sappia che sono stato eletto per portare avanti questo sistema” (La Repubblica, 12/04/2013); “Quello in vigore è «il modello giusto per Bologna»” (Radio città del Capo, 12/04/2013).
Dimenticando, però, che il referendum consultivo è un diritto previsto dallo statuto e dalla Costituzione affinché “i cittadini possono esercitare per concorrere allo svolgimento delle attività poste in essere dall’amministrazione locale”; e che il sindaco, come prevede l’articolo 15, comma 2 del Regolamento sui diritti di partecipazione e di informazione dei cittadini, deve “provvede ad assicurare la più ampia pubblicità allo svolgimento del referendum, anche con manifesti da affiggersi almeno trenta giorni prima della consultazione elettorale”.
D’altra parte questo referendum ha indicato una difficoltà “democratica” propria del Partito Democratico, incapace di accettare le critiche e di confrontarsi con la cittadinanza su questi temi: il costo della democrazia, infatti, non è mai uno spreco!

Le accuse al PD, intanto, si sono moltiplicate: lo stesso Sindaco ha già detto che la giunta non terrà conto del voto, privandolo di ogni senso; gli strumenti e i mezzi di comunicazione sono sproporzionati a favore della proposta B. Ancora, si accusa il PD di aver fiancheggiato il governo Monti che ha scaricato sull’istruzione (e sulla cultura in generale) il costo della crisi, tanto da aver lanciato una propria petizione che “preserva la status quo“.

[Le due alternative sono ben spiegate qui: risposta A (contrario al finanziamento alle scuole paritarie-private), risposta B (favorevole); rimandiamo a queste pagine per i dettagli...]

1. piano economico
La destinazione di un milione di euro (pari allo 0,8% dei fondi totali investiti dal Comune di Bologna), a detta di B, permette di risparmiarne una trentina, tra accesso alle paritarie-private  e organizzazione delle stesse: chi sostiene la mozione B afferma il rischio di chiusura per alcune di queste scuole dell’infanzia. D’altra parte, i sostenitori dell’opzione A ritengono che questo milione non cambi di molto la situazione delle scuole private (è immaginabile che scuole in cui la retta raggiunge i 10000 euro l’anno non abbiano bisogno di questa piccola fetta), non è vero che i bambini di queste scuole costino così poco come B ritiene, cosicché questi finanziamenti siano un mero surplus, e inoltre questa piccola erogazione non risolve il problema di quei bimbi che restano fuori.
Questo è un punto scottante, in cui A e B si rimbalzano contro numeri diversi, che per A segna il fallimento del sistema integrato, mentre per B mostra l’esigenza di offrire un’offerta più ampia e meno costosa per le casse pubbliche. La Costituzione, infatti, prevede che il finanziamento alle scuole private-paritarie non consista in una perdita per il pubblico: B ritiene, pertanto, che il risparmio di tanti milioni di spesa sia una buona ragione per questo.

2. piano costituzionale
La scelta A si fonda sull’articolo 33 della Costituzione: l’arte e la scienza sono libere, lo Stato istituisce scuole statali, gli enti privati non devono rappresentare un onere per lo Stato. I sostenitori dell’opzione B ritengono che il sistema di collaborazione tra scuole pubbliche, paritarie e private svolga complessivamente un servizio pubblico: lo dice la legge Berlinguer. D’altra parte questa collaborazione rispetta il principio di sussidiarietà dell’articolo 118. D’altra parte è vero che se il finanziamento alle scuole private ledesse la Costituzione non sarebbero compito primario dei cittadini indicarlo.
La lettura della Costituzione è complessa, tanto che i ragionamenti che ne sostengono le diverse letture provengono da due interpretazioni “di principio”.

3. piano di principio
L’alternativa A ribadisce la necessità di finanziare la scuola pubblica, talmente bistrattata in questi ultimi 20 anni, che i racconti più lugubri girano sulle condizioni economiche degli istituti di formazione e istruzione (chi vive il mondo universitario, lo sa bene); un altro principio è quello di non voler finanziare le scuola private, che si dovrebbero reggere coi soldi di chi le frequenta e non con i soldi di chi non vi entra; un terzo principio riguarda la (presunta) non libertà dell’insegnamento nelle paritarie-private: si ritiene, infatti, che venga inculcato un insegnamento religioso-confessionale e che gli allievi di queste scuole siano meno formati rispetto a quelli della scuola pubblica.
L’alternativa B si smarca dalla prima obiezione con i motivi economici di cui sopra, dalle altre due con il principio di rendere la scuola accessibile a tutti e, benché in minima parte, di “controllarla”, di porla sotto lo Stato; altrimenti, ci troveremmo di fronte ad un libero mercato della cultura che, forse, è uno spettro peggiore di quello che A paventa.

Ovviamente questi tre punti non sono esaustivi e forse neanche completamente corretti. Emergono due aspetti, il primo che la scuola (la formazione, la cultura) è davvero al centro della nostra società e che i tagli di questi ultimi anni, assieme alle riforme spudoratamente insensate e pericolose dei governi Berlusconi (e non solo), la stanno portando sul ciglio del precipizio; il secondo aspetto è che dentro questa discussione, si rischia di limitarsi a questioni di principio che, alla fin fine, sono poco utili: la scuola, infatti, meriterebbe una riflessione più ampia, una riforma che non si limitasse a ottimizzarne i costi. Questo referendum evidenzia un conflitto sociale (evidente là dove si richiede una suddivisione oculata del finanziamento pubblico che diversifichi le scuole con rette da 10.000 euro a quelle da 100 euro), e nei conflitti sociali a rimetterci sono sempre le classi più disagiate!
Più che un referendum, infatti, sarebbe necessario discutere della scuola. L’anno scorso, effettivamente, è stato organizzato un WorkCafè in cui i cittadini erano invitati a discutere di scuola. A parlare delle difficoltà che incontrano nella scuola, ma anche a cercarne una visione complessiva più ampia, più generale, a ripensarne le finalità e i contenuti. A rimetterla al centro. Se questo referendum (che personalmente trovo così difficile) sta spaccando la cittadinanza, forse è necessario rimettersi a parlare della scuola in un altro senso.


#Pseudo-gioventù e gattopardi. Il partito democratico alla Bolognina

Il Partito Democratico bolognese è in fibrillazione. La gravità degli eventi recenti è ancora causa di sommovimenti interni: come una settimana fa è stata la base (sui social network e occupando anche le sedi locali), così adesso sono i piccoli dirigenti locali (consiglieri e assessori comunali, per esempio)  a prendere in mano la situazione: #resetPD. Tuttavia, con una differenza: laddove la “rivolta” della base era un rifiuto delle logiche interne del partito e della sua struttura “novecentesca”, la rivolta dei dirigenti sembra piuttosto una contro-rivoluzione, atta a portare sulla scena il malcontento interno per mostrarsi vicini alla base. La bella atmosfera, l’affetto per il PD e l’energia, infatti, sembra più controrivoluzionaria, nella misura in cui questo incontro è mosso dalla paura più che dalla volontà di cambiamento.Preoccuparsi oggi pare un simbolo ritardatario di una preoccupazione personale: il PD aveva gli stessi problemi 6 mesi fa, quando questa dirigenza ben si guardava dalle battaglie interne e dal lamentare i difetti del PD.

Manca, di fatto, un aspetto fondamentale in ogni rivoluzione “culturale”: la direzione. Questi giovani sono perlopiù senza idee e senza proposte, e appartengono o sostengono una giunta che si è ben guardata dal dialogo democratico. Così, l’agitazione per questa situazione, adesso! fa ridere e mette preoccupazione. L’obiettivo del cambiamento non deve garantire una serena vecchiaia a questi anziani dirigenti (anziani di anni spesi nel Partito e anziani di fatto: giovani tromboni, diceva Calvino), ma deve produrre un pensiero al passo coi tempi: una direzione verso cui orientarsi. Un errore del Partito Democratico, infatti, è stato quello di aver sempre e solo favorito giovani consenzienti, così tutti sanno salire sul carro del vincitore, sicuri del proprio scranno, ma questo non c’entra niente con l’esigenza politica attuale: quando si perde occorre scendere dai carri, ritirarsi per ripartire. Pensare. Decidere quale altra strada prendere. Non si può restare nel mezzo, ancora una volta.
Si tratterebbe, infatti, di una nuova omogeneizzazione di cui non si avverte la necessità. Seguire troppe bandiere contemporaneamente e non mettersi mai in gioco, infatti, è il male della politica e della società italiana. Dentro gli omogeneizzati il cambiamento non si dà: è una strategia politica tale quale a quella di chi ha affossato Prodi. Si cavalca la corrente giusta, dicendosi renziani quando fa comodo, per dovere di scena, non per altro. Resettare è un primo passo, ma soggiace ad un trasformismo preoccupante; inoltre è incertissimo, poiché sarebbe meglio ripartire, cambiare. Senza trasformismi dell’ultima ora, né titubanze di chi la rivoluzione, in fin dei conti, non vuole farla.
Vi era, tuttavia, una protesta nella protesta: l’aspetto migliore di questo incontro, quasi perso di vista da tutti i giornali, è che oltre i discorsi dei membri del Consiglio comunale,  gli interventi di alcuni giovani di #occupyPD sono sembrati davvero nel fuoco della questione, riuscendo ad essere puntuali e determinati. Sotto questo punto di vista, l’intervento più significativo per coraggio e senso della protesta è provenuto da Lorenzo D’Agostino, che incarna una frangia meno visibile da parte dell’informazione, ma più agguerrita in quanto, tra le altre ragioni, meno istituzionale. La protesta, quindi, è multiforme, comprendere appieno il PD è possibile sono conoscendone tutte le sfaccettature.

Occorre scegliere, decidere. Recidere, forse. Facendo scelte impegnative, nette, tutto quello che questo incontro non rappresenta né significa: un tentativo (legittimo, probabilmente) di restare a galla scansando gli equivoci, magari prendendosela con il partito di Roma… Adesso! è tardi, però! Darsi una direzione ed un obiettivo: dare una forma al PD.
Il fallimento di Bersani è molteplice, non è riuscito a smacchiare il giaguaro, ha subito i grillini e non è riuscito ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. In compenso ha messo le macchie sui gattopardi!


M’Illumino di Meno. Per un risparmio energetico effettivo

È del settembre 2009 l’entrata in vigore della direttiva UE che mette al bando le lampadine a incandescenza sostituendole con lampade a basso consumo, versione compatta delle lampade al neon, consumano meno energia ed hanno migliori rendimenti luminosi.
L’anno seguente si è cominciato a parlare in Italia di “porti verdi”: porti ecocompatibili (che cosa sono; come funzionano), i primi furono Venezia e La Spezia.
Nel frattempo le campagne M’illumino di meno sul risparmio energetico si sono intensificate: risparmiare, soprattutto evitando gli sprechi, è possibile. Spesso non ce ne rendiamo conto, ma in molti ambienti lavorativi le luci (così come il riscaldamento) sono sempre accese benché l’ambiente sia momentaneamente vuoto. Risparmiare spegnendo la luce, quindi, è importante e possibile!

Si tratta, infatti, di un risparmio energetico che investe l’economia italiana e le casse dei Comuni, ma anche un risparmio “ambientale”: è noto che gli sprechi energetici, benché direttamente li paghiamo poco, indirettamente (come costo in salute e in rispetto dell’ambiente) li paghiamo tantissimo. Bologna ha certamente tanto da fare, ne parlavamo a proposito del PAES, il patto tra Comuni per applicare la direttiva europea del risparmio energetico, in cui il Comune di Bologna sembra molto indietro. Bologna può fare di più.
In particolare per l’illuminazione notturna, vera e propria forma di inquinamento che danneggia l’ambiente e l’uomo contro cui è necessario lottare con vigore per contrastarne i danni ambientali, psicologici, culturali e scientifici (il cielo notturno è patrimonio dell’umanità, quello di Bologna è patrimonio universale!). Un esempio da imitare è certamente Venezia, che recentemente ha assegnato ad un’azienda italiana la progettazione e la produzione di un sistema illuminotecnico all’avanguardia, capace cioè di avere grandi risultati per quanto riguarda la qualità della luce e di ottimizzare i consumi. Si tratta di una vera e propria evoluzione produttiva che permette un risparmio energetico altissimo, per non parlare del risparmio economico. Illuminare bene, ma illuminare meglio. Questo dovrebbe essere l’ordine del giorno anche di Bologna, città ricca e importante anche nel panorama culturale, piena di monumenti bellissimi che meritano la giusta illuminazione. Ma è tutta la città a meritare l’attenzione necessaria a questo tema, affinché l’illuminazione notturna non subisca i grandi tagli della spending review a scapito della sicurezza stradale, affinché anche l’illuminazione concorra al miglioramento della vita cittadina diminuendo l’inquinamento oltre che gli sprechi. Ci meritiamo, quindi, maggior attenzione e un risparmio energetico effettivo, perché non basta solo spegnere qualche luce ogni tanto (a rischio e pericolo), ma occorre ripensare e riorganizzare i consumi e gli sprechi impiegando al meglio le nuove tecnologie, affinché il risparmio sia strutturale e realmente migliorativo. Riuscirà il nostro Consiglio Comunale a fare propria questa esigenza?

A sinistra, infatti, si parla tanto dell’importanza della ricerca e dell’importanza di dare lavoro: ristrutturare l’illuminazione seguendo criteri di risparmio energetico sarebbe, pertanto, importante al cubo. E sarebbe un vero risparmio!